Non sapere più niente, non conoscere più alcuna cosa conosciuta; tornare alla nascita, a idee bianche, labili, indefinite, ancora prima che si intraveda una possibilità di potenza; gli uomini poi sono ombre nere, concrete, definitive, brutte copie di quell’istante primario poiché esistite in un mondo che è stato e che è presente e prende forma nel degrado e per imperfezione. Purezza in origine è ciò che siamo, eppure è proprio per essa che siamo inetti a vivere; impariamo a farlo conoscendo, ideando, facendo prove, forgiando, fabbricando, producendo, conducendo le cose e i sentimenti; e inevitabilmente ci sporchiamo, elaboriamo compromessi, esercitiamo la forza e la violenza, ci appropriamo di ogni cosa che si presenta e non ci appartiene. Ed è la competenza e l’articolarla in lingua che consente alla vita l’ausilio a uno scopo, a una ragione; ma il bisogno di uno scopo è al contempo la domanda dialettica e spirituale sulla necessità di superamento di un disagio laddove alla soddisfazione del desiderio subentri un nuovo stato di necessità. E il possesso stabilisce la conoscenza relativa, che è pari alla forza con cui esso si esprime; lo stesso vale per l’amore e per la ragione che catturano la presenza dell’altro; non per il sentimento e il sogno, che non hanno bisogno di relazione, che non consumano l’oggetto, come fanno la conoscenza (e l’amore), ma al contrario si applicano e crescono in nomi, e idee e immaginazione e fabbricano oggetti di desiderio che dimidiano in se stessi, ingurgitandosi e aumentando, quale cosa in sé, quanto più ne siano privati. E infine la follia, che altro non è la pazzia se non la tensione al controllo di sé stessi, delle cose e degli altri in nome di un’espressione senza briglie, scaturigine di una pura vitalità di natura. Che giudizio di valore trarre da queste considerazioni? e che cos’è il valore? forse un affermarsi positivo di moralità? Sentimento e sogno (inteso come l’idealizzazione del desiderio), pur se si alimentano indipendenti, tuttavia anch’essi sono pulsione al possesso e aspirazione all’infinità di potenza, ma nondimeno si fondano come verità nel fatto di essere entrambi totalmente, consapevolmente ed eternamente delusi. Parimenti, sentimento e sogno sono le uniche componenti che rendono più vicino alla verità, per quanto ancora assai distante, il linguaggio: che è un tentativo d’ottenimento di banalità eccetto qualora, attraverso di essi, non fiorisca nella propria sostanza, in quest’ultima evenienza perfezionando un completo e consapevole auto-inganno. Perché un’esistenza piena è l’inganno di una verità velata e parzialmente palesata. E le parole sono come i muri, strumenti di prigionia e al contempo di contiguità, di soddisfazione tramite tocco, sfioramento, sostituzione; ma anche pareti di celle che guardano uomini carcerati, ossessioni sferiche d’occhi: ci respingono mentre ci dicono dove siamo, cosa ci appartiene e a chi apparteniamo ma il significato non è in esse, almeno quanto non è nella realtà. E allora alcune nascondono oppure si possono percorrere ma solo in parte o con l’immaginazione: “lontano”, “una foresta”; altre ci sostengono in sovrastrutture: “adesso”, “io”. Talune sono grandi, lisce, piacevoli al tatto, sfere perfette, ma troppo grandi, inattingibili, tanto pericolose da poterti schiacciare senza che tu riesca a scalfirle, di tal fatta sono “odio”, “amore”. Con quante di queste parole abbiamo giocato oggi, scritte su etichette da universitari o su antichi cartigli di studiosi, zoologi, paleontologi, entomologi, attraversando i locali della Certosa di Calci, meticolosi e attenti come certosini, monaci conversi: mille i nomi dei minerali, dei mammiferi imbalsamati, dei pesci d’acqua dolce, di ogni osso di scheletro di balena: le ganasce del capodoglio spiaggiato a Populonia nel 1714, e poi gli innumerevoli biglietti sotto ogni piccola mensa che sorregge qua una collezione di lumache, là che pende da ogni spillo di una collezione di farfalle; e infine la meraviglia della bibbia atlantica miniata del 1168 e la stanza delle meraviglie dove ciascun oggetto si vanta di farsi nominare (la wunderkammer seicentesca del Granduca di Toscana): il cranio con corallo, la collana di denti di scimmia, piccoli animali estinti, conchiglie fossili, fiori secchi, scatole di germogli, ancora una manina di corallo, il cranio dell’uccello esotico Bucero, la testa della presunta Araba fenice, un entozoo denominato “corno di cervo”. Ma in ogni cosa: chi non siamo e cosa sono le parole se non una momentanea presa, un camminamento sulla superficie, una modalità fra le tante possibili, un percorso limitato e imperfetto, un’articolazione di casualità, equilibri e disequilibri, armonie e disarmonie: quante case, quanti gatti, un albero e poi un altro ancora sul ciglio della strada e poi via, dove sei tu, chi sono io. Non il nominarsi ma il darsi è l’unico modo di agire sulla propria essenza, non la rete dei pensieri come le luci della città ma la fessura del cuore da dove erutta il sentimento e il sogno come il vulcano; e la si può realizzare annullandola, auto-distruggendola, ed è l’unica possibilità di essere completamente, di appartenere per osmosi e inglobamento, squagliandosi. Forse le parole sono il rumore che emaniamo quando qualcuno cerca di raggiungerci, di scalfire il nostro corpo, la teca di vetro opaco in cui siamo rinchiusi. Confusi attribuiamo questi suoni a qualunque cosa somigli purché si possa toccare. Forse c’è una verità che bussa alla nostra porta a cui per incapacità o paura non apriamo; oppure sei tu che bussi (ma è un altro sogno). Forse siamo l’ossessione irrisolta di chi vorrebbe spiegarci l’esistenza e le nostre parole non ne sono che un’interpretazione fallita, la lettura impossibile di un frammento di geroglifico. Potremmo essere l’oggetto di desiderio di qualcuno che ci costruisce attorno un muro di parole che risuoni; potremmo brancolare su un abisso di corde vocali cui per fortuna siamo rimasti legati e che ci tenga in bilico sull’orrore della realtà – orsi, lupi, i diorama di Paolo Savi – e ci consenta di costruire una forma di persistenza e bellezza; in equilibrio instabile su una gola di morte, anch’essa irreale ma presente e soprattutto vissuta nella sua massima espressione quanto più sia la contiguità di superficie. Ma dove sei! dov’è il tuo pugno nel petto! dov’è il tuo cuore! e come stringere la tua mano! Come essere sbranati da queste bestie e come possa qui restare anche il mio cranio! Perché, contrariamente, la distinzione è il principio del sé: in natura dove comunichiamo attraverso buchi, scambiandoci lo spazio d’occupazione di piccole stanze di buio, sempre piene di nient’altro che dei propri odori, del proprio tanfo e dei propri peli, inarticolati, o di quelli dello schifo altrui; e nelle società dove lo stesso buio occupa le stanze che abitiamo: separati da muri come da denti; suonando la chitarra, litigando nei condomini; e le voci nell’appartamento a fianco come nella memoria, e quel tentativo di esprimere tutto, quelle sensazioni confuse, con più confuse parole: ed è un compromesso, un’approssimazione, una disfatta, mentre perdiamo la capacità di vedere, di tenere ferma la mano e il nostro invecchiare, soli o insieme, è il fallimento del ritratto che ogni istante facciamo di noi stessi. Un campanello d’appartamento con il nostro nome: animali in via d’estinzione; placidi mammiferi in gabbia, bestie domate, d’appartamento. Che altro sono le nostre rughe se non un adattamento alla realtà, rivoli in cui defluiamo, pieghe di forza nello spazio-tempo che scivolano via noi stessi da noi stessi dentro masse di autocoscienza che non sono diverse da altri buchi neri e che possiamo concettualizzare ma non decifrare; e ne siamo inghiottiti, in un diniego della realtà che afferma la fuga e l’impossibilità della fedeltà a se stessi e agli altri, nel passato come nel presente, e l’assurdità dell’utopia: quel piccolo contenitore di energia che hai avvertito nella pienezza della nascita e in quei rari sentimenti dell’età adulta, e che sono ma non avrebbero potuto che essere destinati a essere taciuti perché incondivisibili se non in qualche rigo di penna; con essi sarà un’altra stanza di buio, rumori e silenzi anche la morte? la morte e le sue intermittenze e al contempo essere ed essere stati, e non siamo altro che scatole, non siamo stati altro che scatole e poi altre scatole con degli indirizzi di destinazione, animali imbalsamati dentro vetrine, pesci dentro vasche in un acquario, ossa di mammiferi d’acqua in un’antica masseria dove passeggiano i turisti come i monaci quando piove: tutto è contemporaneamente acceso e spento, vero e falso, tutto cozza e si fraintende; e là fuori? Il sole, il giardino, il vento, la prima tua voce e poi ancora l’ultima, e le speranze? e tu mi senti? sto ripetendo le tue parole? Le possibilità sono il paradosso della realtà risolto solo nella realtà e in ogni misera parola; e non ci resta che sigillare tutto, e dimenticare. Affinché passi e sia eterno, come il gatto di Schrödinger; affinché vivo o morto emetta un suono che non si possa sentire. Come nello scarabattolo di Domenico Remps: uno specchio a sfera, uno strumento scientifico in vetro soffiato, bronzetti, una lente, un termometro ad alcool, una pistola, un orologio da tasca, conchiglie, un calamaio con due penne d’oca, minerali, un coltellino, nastri rossi, quindici mini-dipinti, una stampa, due grosse medaglie, cammei, vasetti di avorio tornito, rami di corallo nero e rosso, scarabei, nessun rumore, nessun boom, alcun ticchettio e ancora un cartiglio; infine un cranio umano con un corallo rosso sulla sommità: che sia “naturalia” o “artificialia”? Ma hanno scoperto che è una montatura: in fondo nella simbologia cristiana il corallo (dal greco koraillon: scheletro duro) rappresentava il sangue di Cristo e con esso la passione e la resurrezione, e dunque il doppio stato, la contraddizione della meraviglia che partorisce sé stessa, si sacrifica, si salva e non si spiega, se non in quell’iscrizione “Gesù Nazareno Re dei Giudei” (INRI).