Alla fine del mese del sole, in cui sono nato, me ne andrò curioso come un pesce del mare per le strade di Montsouris, stretto fra la città universitaria, la rive gauche della Senna e le catacombe, indifferente alle piste degli astri ed alla pace che va fatta per sopravvivere, di nuovo bersaglio dell’instancabile riproporsi delle cose. Percorrere delle distanze, separarsi oppure incontrarsi ancora, in stati diversi, rivestiti di movimenti, corpi incauti e gesti d’autodifesa è una sporca faccenda diretta dal caso con storie di malizia o di disinteresse poiché esso non è un ente astratto di cui siamo vittime ma semmai si costituisce nella distrazione che fa divergere in noi la determinazione e allenta il nodo fra la mente, i più bassi desideri e il cuore. Per caso mi hanno gettato alla nascita nel mio corpo, come un po’ di terra in un vaso; per tanti anni e ancora questo corpo mi ha usato come io uso lui, lo ha fatto per la sua di sopravvivenza: è comprensibile. Poi sono finito, ancora per caso, nel tuo, come sarò fra pochi giorni nel tuo quartiere; dico nel tuo di corpo, che come gli altri a ben guardare è un buco, dove c’eri già tu; là per poco sono rimasto e adesso torno in chi ti tiene, cosicché lui contenitore vi sarà di nuovo contenuto ma non potrà raggiungerti poiché altrove sei caduta e non sei più dentro ai tuoi capelli neri e al tuo viso, che hai prestato come guanti e cappello a qualcun altro, e dal quale, per caso o per fortuna, dalle feritoie, potremmo di nuovo, inutilmente, forse appena scambiare il muco. E ormai ti so trovare solo nei posti dove ti ho nascosto, nei ricordi, che sono i buchi che ho fatto con le mie mani, tasche invisibili, che mi trascino dietro, e l’unica possibilità che avremmo avuto sarebbe stata appunto una caduta e poi uno scontro in uno stesso posto, come cadono le pesche dallo stesso o da un ramo diverso e, fortuitamente, si trovano a morire assieme, rotolando, fra l’erba. E che altro sono la vita e la morte se non rimbalzi di distanze, e che succeda di rivedersi non è più probabile fra queste strade illuminate di quanto lo sia dove saremo senza respiro, al buio, senza orientamento. Chissà se succederà di incrociarsi in Rue des Fossés-St-Germain, o a prendere un’acqua gelata o a gustare un sorbetto all’improbabile caffè Procope, mobilio di lusso adesso, ma luogo piuttosto malfamato, che mi sarebbe piaciuto ai tempi in cui Verlaine ci passava le giornate. E neppure oggi ti sento respirare ma in fondo è un dettaglio, un accessorio che potremmo smarrire e non perderemmo la nostra natura; e qual’è la nostra natura di adesso e quale sarà per il futuro se non il solco della divisione, l’orlo della separazione. Solo il nulla e il tutto coincidono, come persone al mattino che si specchiano; essi soli sono il bello fatto, la piena conseguenza dell’azione e non lo sterile incremento d’esultanza dei ricordi, delle passioni, delle sensazioni che sono brevi lamenti di allontanamento, e ogni giorno si fanno più sommessi, perché si dimentica presto ciò che ci è appartenuto, semplicemente perché non ci appartiene più, e non si tratta di un costante dolore di protezione ma di passeggera sofferenza per ciò che non avremo indietro e che sostituiremo. E ogni giorno mi fa male, ma almeno penso, e ogni giorno mi chiedo, con pudore, se oggi faccia male un po’ meno. E vorrei poterla abbandonare la sensibilità con cui non riesco a venire a patti; vorrei abbandonarla, come un cane, questa timida ragazza, a volte sfacciata come una puttana; vorrei proprio che non desiderasse che tu sapessi che alla fine del mese del sole, in cui sono nato, me ne andrò curioso come un pesce del mare per le strade di Montsouris, stretto fra la città universitaria, la rive gauche della Senna e le catacombe; vorrei che non desiderasse che tu sapessi che prenderò un gelato al caffè Procope, adesso ristorante Procope, indifferente alle piste degli astri e alla pace che va fatta per sopravvivere, di nuovo bersaglio dell’instancabile riproporsi delle cose. Cose per le quali “il pleure dans mon cœur come il pleut sur la ville”.
153
Le scogliere di Dover, sotto la pioggia, penetrano la tua schiena bruna, adultera e lussuriosa. Sono fantasmi terra di Siena su spiagge ruvide e rose, intrise di conchiglie sborrose di corpi putrefatti e umiliati; hanno il volto variopinto di un fiore mestruato, le insenature disinibite bagnate sugli orli rossi da linfe femminee, da pallidi resti di umani allunati su ossa piatte di mare. La bellezza contempla la sua pace d’inganno; mormora il loro visibile insinuarsi con l’estenuazione di un carcerato continuamente liberato, rassegnata alla costrizione di un mondo che non smette mai di sgravare la sua teoria d’ideogrammi. Le scogliere di Dover sono testicoli equini, corrono all’orizzonte nelle tue gambe in velocità e dragano la luce in reticoli fin dove finisce il mare; poi restano in presenza, esasperando le cale, intaccature di latta e sale dove sfocia l’assenza, forme svanite che anelano alla vita. Le scogliere di Dover sono un sigillo infranto, la spina dorsale, uno spartiacque flesso ed esasperato, la rabbia emersa di possesso del tempo che non conoscevo e di quello che ho posseduto, rabbia di fili elettrici tesa viva su dischi di terre tattili, promiscue, senza vestiti, sotto grovigli immacolati di carne e pelo, intricati giardini inglesi d’ogni cosa che c’è e non si accorge ma crepita del frastuono della vicinanza a qualcosa, a un passo che batta il cuore alla notte; rinserrate da acque stracolme e gibbose di cervello nella loro pelle granitica crepata di labbra umide come sconfinate colonie di vermi e, sul fondo, soffuse e imperlate della tua fica calda rosso candela, aspra melograno là all’unione verso lo spiraglio, all’apertura dell’assenza, non sai se sia concrezione salmastra o dissolvenza; e io a ritroso autistico pellegrino, Noè ubriaco e segaiolo, invasato poeta di versi inetti e d’arte, gesto vitale, sborrata, pisciata di cane, col mio seme corruttore carnale, vena d’oro che spacca la pietra, sussurro incerto il mio delirio mentre il vento s’inarca, s’avvolge e rotea la mia introspezione, l’apre dal petto e la getta in piazza esposta ad un cielo che si specchia in una pozza al fondo dei miei polmoni. Le scogliere di Dover sono massacro e terra, bianche spatolate nella torba patetica pantomima dell’utero materno, culmine congestionato e gesto verso un orizzonte fitto di croci di cigni; sulla terra che è il massacro prima del massacro, dove si vive e si è travolti e il segno s’accentua e grava, poi subito svanisce nel solco del serpente piumato che sibila e striscia sull’ano dell’anno. Le scogliere di Dover lontane e transitorie quanto le scogliere. Moli teutoniche nella memoria, come un terso diaframma, un’ansia, una bianca malia, un prurito; le scogliere di Dover: la convulsione di sperma trionfale di una mare contratto, il tumore che alligna nel midollo della mia umanità.
152
La terra non ha un solo pene, ha parrocchie di spermatozoi fedeli attorno ad ogni congiurante campanile; muove gesti d’albero in archi più lunghi, ha per colli capriole e illude le case fra essi, desolate come pidocchi nei capelli, che siano linee senza tempo a delineare il tempo, mentre essa si piena nell’unicità dell’onda in onda. La terra accosta e sparge al centro di ogni scena oggetti casuali, assegna forme diverse, colori, suoni, bocche e buchi, arti per camminare, becchi per pigolare, ingranaggi per funzionare; li sistema nell’ovatta del tempo, fra corazza e uovo: in ciascuno di essi c’è più della solitudine del Golgota: si tocca da solo il liscio, onanistico rubinetto, non sai farlo venire, se non d’acqua; gode l’eccitata rumorosa lavatrice, in lenzuola di panno; penetra sterile la fedele aguzza forchetta. Si sostiene ciascuno nell’attività che veste la materia e che l’ha perso; e in essa sopravvivi ancora, anche tu, distratto, umano. Ma rompi un ramo e libera il sangue di dio, bianco, dal fico e ne sentirai la carne; perdi te stesso e masturbati, grida, buca e smania: con te soffre l’assenza di croce e chiodi anche il liscio rubinetto, la rumorosa lavatrice, la fedele forchetta. Sintesi di cose sintetiche è la realtà e non ha che buchi neri per maniglie. Infiliamo le nostre mani secche in fiche di donne attraversandole come una porta: la tua era calda di ventre di balena, molle della luce adiposa dei ricordi d’infanzia. Ho tastato con le mani la valle, tiepida, Jack Frost se n’era appena andato; ho cercato, a tentoni, senza sapere cosa, forse un altro me stesso, nel desiderio inconscio di essere ancora partorito e che fosse neutro, antisettico, come la solitudine, la sparizione, lo struggimento di conservazione. Per una donna dai piedi di bronzo, per le cui carezze ho un viso, solida come le colonne del tempio di Gerusalemme, circondata dalle curve delle sue spalle, da colline tese, terrazzamenti e balze di tendini, fasce di vegetazione su zolle fertili; e sopra, assediata da capezzoli di torri sorde e mute di ardesia e giada senza abbaini e da foglie di vite schiuse e indifese come pance di rana, bagnate di carte geografiche, per quelle stesse mani secche con cui sollevo il mondo, in un amleto di corallo, insanguinato, inzuppato, imbevuto, ingannato, sono rimasto impigliato alla vita.
151
Io sono il peso e tu la terra inquieta a cui tende ogni emozione, evento, frammento astratto, movimento. Non conosco le condizioni iniziali ma so il processo e che un naufragio è dentro un altro naufragio e che il mondo è la spirale della stiva di una nave in un gorgo, e la terra fra i pianeti è la stessa terra al centro di alberi e case, la stessa della mia solitudine di uomo fra gli uomini, dell’uccello fra i rami, del libro fra gli oggetti in disordine di una stanza nelle cui pagine una nave di lettere affondi e ciascuna di esse sia intrappolata in balia del vortice formato dall’inflessione scivolosa delle altre. Una spirale è semplice, non ha bisogno di orologiai né di disegnatori. Giù nello scolo niente respira, tutto è pieno; allentarsi è vivere, e il resto è il suono strascicato dell’incontinenza d’ogni cosa: delle montagne sudate con le loro nevi che si sciolgono, dei corpi liberi da piscia e merda, delle città ammonioteliche munite di reti fognarie, nefroni tubuli anse e reni, nei cieli di grandine e pioggia, nelle piante di linfa, nelle lacrime d’occhi. E le tue parole sono come l’ascesso che matura dai denti e la tua bocca un poro della bestiale natura col suo fortuito rettile articolarsi, sgroppare e straboccare nello spazio e nel tempo di materia che genera lingue dalla sonorità più morbida o più dura per quanto attrito i popoli o le singole persone facciano sulla terra. Lingue e inflessioni, slang, imprecazioni e distorsioni nascono da ostacoli, salite e discese; culture, popoli e linguaggi da pianure e valli dove rallenta l’evoluzione. E il suono fuoriesce da labbra umide di fica, ed è un parto di camere gestazionali vuote, sottostima delle case dove parli e ridi, significante di parole per racconti anembrionici, ingorghi in labbra di calla e su lingue di città, dove scorre il plancton umano dell’autostrada muscolare; e sgorga in scrocchi dalla cavità delle ossa, come da strumenti musicali, canne d’organo, e quando piove, dai gesti d’ago del cielo col suo arcolaio il vento; e germina impercettibile là dove spunta l’erba, fra i piccoli sassi, nella schiumante pietra focale, nella leggerissima frizione emotiva oltre che materiale, nei nostri vagiti di neonati morti presto, nelle grida, nelle risa e nei pianti di uomini nati non da parto di donna ma da retto di terra, e puoi intuire là dove si crepa la superficie il suo ano rovesciato dove guardare dall’intestino le interiora dell’universo è un vanto, mentre fuori, attorno a te, all’orizzonte del paesaggio, si scorge il corpo dinoccolato del mattino e della sera e da sereno a tempesta si declina la volubilità del rutto, del lampo, della grandine e del pianto. Una spirale di suono è l’onda in prospettiva, la fecondazione, la precipitazione su mammelle di roccia, e il pensiero è una forcina ritorta per serrature, il cui linguaggio d’ultrasuoni trapassa vuoti e contiene cieli noce, gravidi d’uccelli, carichi di uova, e si colma in immagini e riflessi decentrati dell’unica anima la cui originalità è solo combinatoria. Per questo io resto il peso e tu sei la terra inquieta a cui tende ogni emozione, evento, frammento astratto, movimento; e non so che dirti. A sera, ubriaco, nella notte frizzante d’ortica, come un eccitato Giano bifronte, stupro indifferente l’androginia del tuo essere. Che tu sia natura morta o vita silente, sei muta. Nella notte frizzante d’ortica, cavalcando sinusoidi, legato per i polsi, osservo le galassie e, traslati, vedo stormi d’uccelli, e non conosco morte e rinascita ma est ed ovest e i punti cardinali. Sfrecciando fra le persone, ricci urticanti come piccoli cespugli di rovi, bramo e invidio d’essere tutta la materia e avverto l’impossibilità di comprendere te che mi comprendi e porto sigilli d’anima e non ho parole per spiegare le parole che riescano a raccontare le cose ma solo solide sillabe atomiche del tuo rumore. E i gufi nelle “o” e le serpi nelle “i” martellano le foreste meccaniche della visione della mia mente elicoidale mentre a sera, ubriaco, nella notte frizzante d’ortica, regalo a te i nodi che ho in gola.
150
Ho sorpreso la mia gioventù finire con la lingua nella tua vagina, una sera d’inizio d’estate, in un prato in nessun posto. Aveva occhi spalancati color verde corteccia e cielo, gravi e gremiti d’assenza, screziati di un riflesso umido e vuoto; aveva occhi da belva, tutti volontà di rappresentazione e sacrificio. L’ho trattenuta supina, con i palmi a terra su spilli bagnati, fra lucciole e capelli. Le ho leccato la fica, fibrillando, rapito; non aveva sapore. Poi ti ho guardata. Tu eri un feto d’oro in una torre di bronzo senza parole sfiorita in quel breve percorso che porta dallo stomaco al cuore, come una preda assalita. E io ero la bocca davanti a un massacro d’ossa e carne, illuso deluso furioso, una posizione alla fine di un movimento, un nido di rondine da volo, pietra di fionda prima del lancio, ragnatela d’angoli predatori, ragno d’eventi, schiavo e umano per umanità, libero ad unanimità. Ma chi è che mangia cosa e chi la causa e quale l’effetto. Corro i canali di Utrecht all’alba e fingo di non avere più benzina, per non mortificarti, e ogni cosa mi assale sbiadita e crolla. L’incompiutezza è una ragazza magra con le calze rotte, ne ho per poco coscienza; a sera veste la morte fisica dell’assenza dei corpi. L’incompiutezza è il difetto dell’universo, un dio svogliato che non finisce mai i lavori. E la fica, la tua fica, era una breccia, un pugno chiuso; la fica, la tua fica, è un volto al limite della notte, un passaggio per vivere vite non esclusive, e oltre, avere la tua scena, smettere la mia. Guarda, di nuovo, il tuo cazzo, è ciò che rimane. Il cazzo racchiude il nichilismo della linea e le possibilità della materia, un mazzo d’asparagi legato con un filo d’erba; è l’opera d’arte più astratta, traveste la profondità. Il cazzo è una performance, un fuoco, un bagliore nella notte. E noi questo eravamo, resistenze su un prato, sfregate fino all’anima, a baciarsi e battere contro i denti, aggrovigliate sempre più ad ogni movimento folle, articolazione, angolo e parola, impalcatura, pala e cazzuola, identici a tronchi d’albero impagliati alle dighe in una prateria di fili d’erba, silenziosi e sensibili, liquidi, fra molecole di fiume, mentre fugge l’amore e ti trascina via di schiena, contro la tua schiena. Ma chi è che mangia cosa e chi la causa e quale l’effetto. La natura è una genitrice d’eventi, non meno materiali e appiccicosi delle nostre feci. Ed è semplice: gli eventi indossano cerniere, hanno la patta; a volte ad alcuni facciamo pompini. Ed è l’essenza del loro essere vuoti e il poterli aprire, maneggiare, stimolare e chiudere che li generalizza a stanze dissolute e vagabonde in cui riversare ciò che di noi non possiamo apprezzare: la provvisorietà; perché non c’è uomo dio e terra, né frazione o resto, ma solo modulo e sesso, e il non poter essere, l’aver potuto essere, il non essere mai stati sono i confini dove indugiano gli eventi e dove cominciamo noi, incerti su cosa ancora ti appartenga e tu in cosa ad essi; mentre coagularsi, come su quel prato, e poi lasciarsi andare o essere lavati via sono la conseguenza di un principio di separazione che è il modo naturale attraverso il quale la natura ti fa credere di sopravvivere alla sopraffazione da bestie e t’inganna che sia una scelta la scelta forzata di vivere, la più banale, nel non essere altro che se stessi. Non aver scelto e sentirsi ancora vivi e accettare il trionfo della bellezza, mela bacata, splendida puttana piena di carie, verme, Vittoria casuale delle mutazioni, artificio d’incarnazione del simbolo e della verità, pera di bronzo in vena che affiora sotto la pelle. Ma quanto poco in me è variata l’esistenza, quanto poco sono cambiato e quanto è diverso da allora. Un lago d’indolenza, un armadio fitto di grucce, e due corpi, strani, avviluppati, di notte, su un prato, i jeans che ti strangolavano le cosce: eventi che non riesco a chiudere, che tengo in vita, persone vive, cuciture, punti di sutura, dove metto le dita, dove fa più male, e tu che ti apri e sbocci e hai un fegato e smorzi ancora la morte. Due corpi, strani, avviluppati, di notte, su un prato, resistenti, fori precisi, tessuti, come di macchine da cucire Singer, e tu che hai un fegato, livido, e smorzi ancora la morte. Stasera a mezzanotte puoi viaggiare dallo spleen all’epoca bella, dai locali dove si serve l’assenzio alle ballerine di Can-can, ai cabaret di Pigalle, Le Divan Japonais e Le Chat Noir. Piove. Senza presente. Hai i capelli biondi adesso. E ti prego: non stare, non tornare. Brucia i tuoi desideri perché è l’unico modo di sottrarsi alla vita. Perché ad ogni istante fugge l’amore in quella statua di Rodin che ti è così vicina, nel viso rotto dai tuoi tratti che esce all’improvviso dal buio di quel prato, nei seni disserrati come costati di maiale di un’appartenenza altrui, nella visione di me e di te spacciati insalvabili nella realtà.