128

Provo di nuovo a legare i giorni compiuti, quelli appesi ad ogni piccola cosa, ai libri che non posseggo più, regalati a persone cui non potrei chiederli indietro; alle maglie rubate come ricordi, ormai staccate dalle maglie della catena. Li rimescolo nelle mie frasi affollate di oggetti e nomi, con soggetto predicato e complemento, stipate strette, con i polsi legati con i lacci alla branda del letto, affinché non si possano masturbare; riducendole all’osso, finché non coincidano. Le parole latrano, ringhiano; inghiottono le frasi, se le mangiano; non si ritirano mai e se ne sbattono di un andamento obliquo. Le parole non eludono mai una domanda, né ne formulano di nuove: hanno solo risposte; e non passano il tempo a elucubrare come te su come far passare delusioni per successi con l’unico scopo di coprirne altri; non hanno tempo per morire o vivere di disinteresse; si riconoscono già sopra e a dispetto della vastità. Devi solo fare attenzione che non consumino se stesse. Devi scriverle o nominarle tre volte, perché ogni cosa è padre e figlio e spirito santo, e nutrirle di pianti e sorrisi; gridarle e strattonarle ogni tanto se non vuoi che presto scompaiono in lontananza e vadano perdute come monete scivolate via dalle tasche. E io non dimentico mai di farlo nonostante non sia l’ultimo fra coloro che forgiano reticenze e le stendono come teli bianchi per la polvere sui mobili dei salotti; magari senza farmi notare, ripassando a memoria i gesti più insignificanti e le espressioni cullate nei ricordi; spulciando fra le inflessioni delle voci e i discorsi altrui alla ricerca di chi sono stato mentre ce ne stiamo rannicchiati come ghiri al buio sotto la fiamma tenue dei funghi calore. E scorro le cosce nere e le maglie calde di ogni calza nuda, barcollando fra lo spritz e il negroni nel tentativo di non sentirmi più invischiate le mani nella patina di grasso di cui è rivestita ogni cosa; di arrivare là dove la pelle è liscia e gli odori sono forti; dove poter toccare le cose che hanno smesso di cambiare, impermutabili e primordiali come piramidi, invece di aggirarmi come un turista fra le barriere dei percorsi guidati. Quanto più sono liquido e comincio a perdere la sensazione di portare qualcosa addosso, tanto più mi sono familiari le facce degli amici pitecantropi in cerchio ai tavoli come nelle caverne intorno al fuoco, ominidi che circondano il palco dell’improvvisazione teatrale. La sala è piena. Stringo in mano il cartoncino bicolore, bianco e blu, per le votazioni, spiegazzandolo con nervosismo. Gli spettatori sono scalmanati con se stessi, desiderosi di essere qui per caso come buste mai a destinazione. Hanno le fronti piene di rughe, malamente cancellate, sempre rindirizzate. L’arbitro è simpatico e pelato, a strisce bianconere, d’acciaio come il fischio che porta alla bocca; ha un cazzo grosso e pigro sotto la calzamaglia. Non c’è coscienza adesso, ed è una di quelle rare volte in cui riconosco l’amore sotto i rami intricati delle relazioni dell’ontologia, sfilando a lato della singolarità e degli archi di tempo e della serie infinita dei movimenti ricombinabili e delle proprietà perse, sollevato come la polena della prua di una barca sulla verde immensa distesa dell’empatia schiumata. Gli attori si rispettano, non si danno mai sulla voce; quando inevitabilmente capita, per sbaglio, ne provo pena. Alcuni, i meno esperti, intervengono poco, rimangono in silenzio per qualche minuto, facendo smorfie, mimando qualche gesto semplice: tagliare il pane, stendere il bucato; e questo è quasi l’unica cosa che riesco a seguire dello spettacolo: ciò che state provando in quei momenti. Non m’interessa della storia; e se ridete, non vi capisco. Sono nel mezzo del ghiacciaio adesso, come un androide paranoide; la mente è un piccolo posto, un buco oscuro, su cui se ti concentri o se ci guardi dentro, non può che sembrarti un luogo largo e sconfinato. In realtà è senza verso e con un singolo univoco significato, come un palindromo. Lo puoi leggere o rileggere come qualunque routine, sogno, avvenimento della vita: le cose che riusciamo a rendere coese, non più grandi di un grumo di sangue. Pochi istanti sfocati e siamo di nuovo all’esito. Tutto va in disfacimento e riprende a frazionarsi: i personaggi corrono sfiatati; le luci annaspano, calano fino a scomparire, come un fiammifero che si spenga nel ventre di una balena sprizzando le ultime scintille. È ora di alzarsi dalle sedie di plastica, di tornare ciascuno a casa propria, alla solita affettazione. Le facce dai nasi eccitati, in erezione, sono tornate piatte e camuse. Raccolgo come uno spazzino i miei pezzi di carta, con un po’ di disappunto, scrollando le spalle. Hai una bella maglia rosa e i capelli lisci, di castagno. Avrei voglia di arrampicarmi sulle tue spalle e di graffiarti il dorso come un gatto, di fare una violenza qualunque, un unico atto che permetta di tirarsi fuori, di sbarazzarsi del resto. Ma indugio sul metatarso, l’effervescenza mi percorre le dita. Siamo tutti rigidi e incredibilmente distanti come la voce di un contralto, intenti a rassicurarsi. Ho il grugno di un maiale. Sono pieno di barzellette sconce che non saprei ridire. Non resta che il caldo dietro a un parabrezza, e gongolarsi nei vestiti, sulle strade scavate dalle auto, e ripercorrere più e più volte gli stessi sette ponti finché qualcuno mi riconosca. Accendo la luce. Mi spoglio. Le gambe nude penzolano dal letto. Le pupille sfolgorano. Ho mal di testa e macchie di cibo e cocktails sono sparse sui vestiti. È l’ora della pace e del silenzio ma aspetto ancora un po’ prima di dormire; un po’ di tempo per sognare ad occhi aperti i canali e le isole di Königsberg, dove l’aria è fredda e cristallina; dove la pelle degli sconosciuti è bianca come quella dei bambini. Ancora un po’ per ammirare l’irrisolta bellezza del perdersi e dell’unicità.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

127

Le bolle di mota punteggiano la vernice nera della Lancia Y che hai da poco comprato. Apparteneva a una signora sulla cinquantina, rugosa, disperata, con l’alito pesante e le poppe che le fregano per terra come budelli di vacca, che l’ha venduta per acquistarne una quasi identica, fiammante, appena uscita dall’autosalone, come quella di una ragazzina col moccolo al naso e i pantaloni lucidi e aderenti. L’unica differenza, dici tu, è nella forma e nel design dei fari anteriori che mi ricordano un po’ i grandi occhi idioti delle giraffe dei cartoons. È agile e veloce; la pelle dei rivestimenti, un po’ consumata sui poggiatesta, è inodore. Peccato non si possa indossare come un reggiseno anche se avrebbe fatto comodo a lei, mentre sarebbe inutile per le tue zinne dure. Sono un po’ sbronzo alla guida e spingo sull’acceleratore pensando ad altro, con un orecchio teso allo spacciatore di erezioni, confidando nella parte automatica dell’azione. Rifletto sulla mania di coloro che abitualmente e con facilità caricano i nomi di aggettivi e predicati magniloquenti: le cose importanti, le persone indispensabili, chi si è amato, mentre neppure sanno riconoscere il fatto che l’unica cosa che più o meno consciamente desiderano è la sborra in faccia e nella fica e fottere le penne, i vestiti, i cavalli, i dolci, le sedie. Scrivono con rigore, con dolore, delle cose importanti, delle persone indispensabili; e che nessuno si permetta di mettere in dubbio tali affermazioni. Le cose importanti, le persone indispensabili, chi più ho amato al mondo. Che idiozia e che falsità. È talmente limpido: se questo fosse vero, riusciremmo forse a farne a meno? Se così fosse, sarebbero mai sostituibili? Con che facilità scovano invece le penne da fottere, e i vestiti da fottere, e i cavalli e i dolci e le sedie. Ce ne sono di tutti i tipi, di tutte le fogge. E, peggio, c’è una sorta di autocompiacimento nella semplicità di far gravare le cose di responsabilità piuttosto che guardare in faccia e ammettere il proprio squallore, che ben si conosce come nozione condivisa ma non condivisibile; è scontato dall’origine e innato, e quindi noioso e banale da esternare che un appiglio valga l’altro e che l’unico fatto veramente necessario sia riuscire a sopravvivere, a scapito prima delle parole, poi degli altri, infine di ciò che ci appartenga; sarebbe uno spettacolo da due soldi, senza un pubblico ad applaudire. Assorto, dondolo la testa, estatico, soddisfatto di me stesso. Mi parli e io faccio cenno di sì muovendo il mento, ma fatico ad ascoltarti. Mi sorprende che tu non te ne accorga; le luci delle auto e dei lampioni dovrebbero rischiararmi abbastanza la faccia, una faccia su cui ogni pensiero è trasparente. Forse hai avuto poco tempo, perché siamo già arrivati. Breve è il tragitto per Bombay. Il Seek Kebab somiglia a delle canne di bambù carbonizzate, ad un cilum d’argilla per inalare. Lo cuociono in particolari forme di terracotta, servito su dei sottopiatti decorativi tirati giù direttamente da qualche parete; dietro è rimasta traccia del gancio che serviva ad appenderli. Sopra c’è una raffigurazione del Taj Mahal, un mausoleo grottesco in onore di vittime ridicole. I camerieri sono ospitali e riservati come Abramo con gli angeli. Nella cucina di casa, intanto, l’acqua sporca resta per qualche ora sull’acciaio del lavello Inox, a dondolare, poi si asciuga lasciando impronte secche come catarri sulla superficie argentata. Il gatto vomita sul copriletto e i succhi gastrici e la carne di scarto delle scatolette permeano i materassi; e non c’è più mamma a rimettere tutto a posto. Il rubinetto gocciola come un orologio con l’aritmia. Tante donne gravide sono inchiodate mani e piedi al soffitto con le pance piene di ninnoli sulle nostre teste. Suonano, ma non mi sveglio. Mi sono accomodato al tavolo di questa stanza senza essermene reso conto. In velocità, attraverso lo spazio, anche adesso presente, sempre altrove. Anche il tempo è una delle dimensioni dell’ergonomia delle cose rispetto alla fragilità: le descrizioni, i cumuli di foglie sopra la terra, i pensieri e i gesti di un dio strafatto comodo nell’immacolata incoscienza, e la merda, l’evacuazione di noi stessi da noi stessi, le marezzature della merda calda e liscia come un osso piatto, spazzolata via come un ragno dal perfettamente anatomico collo del water; l’acqua piovana nei tubi di scarico, le ghiandole eccrine per la termoregolazione, i cisticerchi sulle ghiande nelle bocche nere dei maiali, le misure di una cassa da morto, un cazzo turgidamente teso verso la fica, o a testa in giù, guardando in basso, come un impiccato, per pisciare, e un mucchio di regole in metastasi sull’ideazione dello spirito confermano che non esistiamo se non come l’iconostasi provvisoria della costipazione su cui tutto e tutti affondano le zanne e si sbarazzano delle uova. Non esiste generazione spontanea, quindi neppure autentica generazione. Pensare l’assenza, in questo è il mistero; non nell’assenza di pensiero. Essere nella mia abnorme normalità e poter vedere senza sapersi vedere è il rompicapo, e la pena desiderare dall’interno di un corpo che è una specie di toro di Falaride, sempre incandescente, rosso frustata, eccitato come acqua che bolle, emettendo suoni che non corrispondono alla propria voce ma rotolano, deviano, si sfaldano e s’ingigantiscono come echi, come una valanga all’interno dei tubi viscidi da cui parliamo; e sperare di esserne liberati, di essere toccati. Dell’abnormità personale degli altri me ne sbatto invece, m’interessa solo la riconoscibilità, come a chiunque di chi non sia se stesso del resto; credo sia dovuto all’inevitabile assuefazione ai sensi, alla costrizione della vista. Non ci sono colpe. Non si può fare a meno di guardare. Perfino il corpo di un cieco barcolla sempre in avanti, proteso come la torre di Pisa, perché tutto è una metafora, un video game, un percorso ad ostacoli con brevi pause fino al game over. Fottere il nemico, fottere l’amico, fottere tutte queste troie prima che loro fottano te. Fottere questa ragazza bionda, che ti sta di fronte, seduta di schiena. Forse ha diciotto anni; è alta, con i capelli spessi e la frangetta. Ha le spalle appuntite. La sua fica dev’essere come una buchetta scavata nella terra fresca, dove dei bambini abbiano nascosto un portagioie di poco valore, tempestato di pietre di bigiotteria. Porta un vestitino corto, color malaga, le calze scure, i tacchi alti. Ha le narici appena slargate, il naso curvato sul viso e le labbra sul mondo, un piccolo neo sul lato destro del mento, gli occhi selvaggi, le natiche precise. È secca come uno sturalavandini. Ho voglia di scoparla, leccarle la fica come un gelato, consumarla come un oggetto da usare e da buttare. In fondo l’esistenza che altro è se non piccole quantità di carne in entrata e carne in uscita. Cos’altro potresti farci che valga la pena, che sia reale. L’obiettivo maldestramente nascosto è soddisfare i bisogni, pisciare, mangiare e poi cacare tutto fuori e sgusciare lontano, come fanno i cani con i loro di bisogni, e mettere le ruote sull’asfalto e, sopra, cucirci dei bei sorrisi; e poi di nuovo perdere la bussola sull’autostrada, ancora più euforici e sbronzi, fra le case, sorpassando il multisala di periferia, indistintamente frastornati da ciò che abbiamo lasciato e perso, fosse merda o amore. E poi aprire gli sportelli e pisciare ancora ai lati delle strade nel dolore e nel rimorso, dopo il piacere, su tutti i sacri sentimenti che sono solo un attributo, un etichetta su cui applichiamo un prezzo che conferisca valore a cose che non ne hanno, un mezzo per condividere l’oscenità, per essere uniti nella vergogna, per partecipare dell’umanità, esclusivi come al circolo del Fight Club, nella banda bassotti, come al Country Club dei poveracci, l’acme della contestualizzazione del vissuto e del vivente in microsistemi di minuteria linguistica ed emotiva; e passare precipuamente le ore ad invidiare quante donne si riesca a scopare, a lamentarsi che a nessuno importi di fottersi il dildo rugoso e contorto del tuo mondo interiore. Non ho altro a cui pensare, e questa è l’occupazione che rivela come siano tutte bacate le mie intenzioni e come la bellezza sia quanto sia efficace il travestimento. Squallido quanto gli altri. Che ci vuoi fare.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

126

La fottuta, brutale verità, e non collette e telegrammi con cui si liquidano i funerali allo stesso modo dei compleanni; e far l’amore con la donna ispida, con le gambe di cactus, al posto delle costruzioni della delusione, delle deboli tracce della sollecitazione, difficili come l’alfabeto dei Maya. E mi vedo affondare nella sodaglia mentre cerco di divincolarmi come su una gruccia, un po’ stropicciato, con la forfora nei capelli, cercando di immaginare il ponte. Ogni volta è una nuova autoscopia; perché i ricordi sono la realtà, mordono come pulci, e tu sei l’esperienza al di fuori di essi. E come sono vivo se mi vedo con le scarpe impolverate, affondate nella ghiaia bianca come le braccia della bambina di Saigon; toccato dal vento, nel mezzo agli ombrelloni della libertà, a strisce azzurre e bianche, volati al di là del muro; al ritmo del charleston, con in mano la rosa dei venti, ascoltando novelle africane. Condensato nella trama delle superfici urbane, vittima dell’angolo acuto dell’osservazione, infiammato, ferito dalla lucentezza della lacca nei capelli; sensibile come quando non avevi ancora conosciuto nessuno, come quando sei stato abbandonato da qualcuno. L’unico che sa chi sono sei tu, che guardi da sopra al letto, con la testa pesante, il sonno greve di papà; che lo tiri per la mano rattrappita e dura provocandoti dolore; e tu, che leggi la fierezza tacita di mamma sul suo bel viso, ad un commento semplice sulla sua buona cucina. Sono di nuovo a questo tavolo, con le stesse e altre persone. Non so se ho già preso l’aereo per Praga o devo ancora partire. Il venditore di rose canine è caldo dietro la mia schiena, ogni volta con una faccia più scura. Ci ubriachiamo e ci infradiciamo degli altri, non diversamente da uno qualunque degli oggetti permeabili, come un mucchio di fieno ridotto a strame al tavolo di un ristorante. Sciolgo un uovo nell’acqua e te ne cospargo il corpo: ché questo sia il giorno della tua rinascita, oltre l’impostura del riconoscimento di ciò che incessantemente cambia sotto un nome, dietro ad una direzione, eliso nella simpatia degli altri human beans. E quanta perfezione c’è nelle uova di Mozart in fila fra i cristalli di Boemia, mentre cammino stordito dalle fotografie in sequenza, annebbiate dal fumo del vino caldo che sa di cannella, alla ricerca di un bottiglia di Slivovice o Becerovka. I senza tetto ci osservano, confusi fra la folla di piazza dell’orologio; aspettano che gettiamo gli avanzi del nostro pranzo frugale. Il giullare sui trampoli fa roteare i birilli in aria, nella luce intricata dei palazzi illuminati. Ha una bella bocca, sbavata di rosso fin quasi alla punta delle orecchie. Il jazzista di strada suona uno strano strumento di legno a percussione: ci picchietta e ci struscia le dita, protette da dei ditali di metallo; meno silenzioso di mia nonna quando cuciva, ma dolce e sconfitto allo stesso modo. Dev’essere comoda e calda la sua mascella sotto la barba folta. Sua nipote tiene la cesta delle offerte, ha il viso sbattuto e lo sguardo assente su una testa bianca che sbuca sopra ad una tutina rosa un po’ stretta e consumata. Lei ha i miei stessi sogni ma ancora non sa di averli. Fa freddo; ognuno di noi riesce a conservare delle piccole sacche di tepore, da qualche parte, sul corpo, sotto i vestiti. È difficile condividerle con gli altri. Il resto parla nelle orecchie, come ti conoscesse da sempre, e tu non sai riconoscerne neppure una parola. Ma quando tutto è distorto è più facile percepirne le differenze: non si è distratti dalla complicazione appuntita delle cose; riesco a vedere attraverso la mia e la tua carne vizza con l’empatia con cui si guarda dentro se stessi, traboccando negli occhi liquidi di San Francesco in estasi; rivolto al cielo come lo sguardo di Sonny Linston al tappeto. Ogni nuovo momento, ogni singolo appuntamento e le esperienze che facciamo sono pavimento che crolla, e il non raggiungere mai il fondo è un po’ come guardare la terra agganciati a un’orbita, in continua rivoluzione, frustati sulle spalle dal flagello massiccio del soldato nella flagellazione del Tintoretto o catapultati nella pace pingue degli dei dell’Olimpo di Rubens; o carponi, come la vittoria che incorona l’aquila reale, un po’ titubante, coi calcagni sulle ginocchia sporche del turco. Cammino in queste sale lucide con lo stesso spirito con cui mi arrampicavo sui sentieri nel bosco, fra le foglie dell’erica e del ginepro rosso, come se a incombere fosse sempre la passività divenuta attiva del poter rotolare; e buco l’aria allo stesso modo in cui respiro, con Geremia che dal basso punta il dito in mezzo a coloro che sciolgono l’innocenza dai capelli come fosse un nastro bianco, recitando sempre la solita noiosa pantomima. E non riesco ad entrare nei disegni dei bambini di Terezin, nelle loro teche di vetro. Sono come foreste che vedi dalla strada o da un aereo sul fondo della vallata. Non è come quando ci siamo persi nel bosco e sarebbe stato bello anche essere sbranati dall’orso. Proprio come scriveva Thoreau: possiamo succhiare l’essenza della nostra vita solo quando abbiamo raso al suolo tutto il resto, quando si fa buio e non ce la fai ad orientarti. In quel momento, sotto la croce, mi sono accorto che avrei saputo proteggerti e rassicurarti non perché eri tu, ma perché ti eri convertita ad essere viva come me sotto la luna piena. Quei bimbi sono ormai morti, in pace come la testa pelata e il torace emaciato del Mahatma Gandhi in quella foto in bianco e nero che mi affascina tanto; impenetrabili come le enormi lapidi del cimitero ebraico, ammassate le une sull’altre, che li proteggono. Ci sei tu qui accanto. A breve dovrò rientrare a lavoro. Abbiamo prenotato solo per qualche giorno. Ogni sera saliamo in groppa all’albatros che ci aspetta sulla riva della Moldova e continuiamo a litigare sugli sguardi lanciati ad ogni ragazza bionda come Alice nel paese delle meraviglie che mi faccia innamorare. È facile invaghirsi della gioventù, anche se non ha faccia e personalità. Questa è la normalità. Adesso sono vicino ad un nuovo io. Potrei facilmente rientrare in una delle tante e accurate statistiche sulla popolazione di Framingham, nel Massachusetts. Ma a volte mi punge forte: rimpiango fino a struggermi quella indefinita sensazione d’assenza che fa avvertire meglio la mancanza di se stessi. Se avessi la possibilità di scegliere un’altra vita sarebbe comunque bello poterti mettere in valigia. Vorrei che vedessi che questo lo dico col sorriso.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

125

C’è tanta gente alle nozze di Cana, ma tutti si interessano solo a chi trasforma l’acqua in vino e sta già fuori dalla bolla. E invece un delfino è in ogni poesia, come in ogni mare. Non si dovrebbero gettare reti in acqua. La faccia dell’uomo è pensierosa, senza misteri, e con tanti denti di fronte al miracolo; seppellirà tutto nel sangue e non ci saranno più pianure sconfinate dove non avvertire mai la sensazione di essersi persi poiché non si sono potute imboccare strade sbagliate. Quanti uomini per le vie affollate come di spighe di grano, con la schiena affrancata dai campi che non hanno bocca, dalla terra antica che conserva idee nelle caverne come ricordi inconfessati. Le loro facce, piccole come chicchi d’orzo, abitudini ad una quantità di dolore, sono protette dalle frottole d’aria che gli escono dalla bocca, dalle montature precise e fragili degli occhiali, dalle mani ancor più piccole, così tutte simili e avide sulla diversità dei genitali altrui. È così strano e contorto passarsi accanto e che ogni emozione ruoti intorno e converga alla linea e al cerchio. E come abbia potuto abbandonare ogni autostoppista al margine della strada, mentre avrei voluto prenderlo a bordo. Sento la paura che ci alita nel petto, la stessa che mi saliva alla gola quando ti baciavo e carezzavo di lato la tua testa bionda e liscia, gonfia di tanto cervello, prima nell’orto dei limoni, poi sotto la statua del sommo poeta, sempre così accigliato. Per quanto fosse dolce, ho sempre provato desiderio e repulsione per ciò che nasce nella deformità; e soffro del fatto che gli occhi non si possano toccare là dove luccicano e spumano come la chiocciola che si ritira nella conchiglia. Conosciamo l’introspezione solo verso l’esterno, nel disporre i fatti e le persone sui mobili come maioliche affinché ciò che esiste e noi stessi siamo compatibili non solo all’esistenza ma anche all’immagine che ce ne siamo fatti. Ma niente si può dedurre da questi isomeri, se non le copie invidiate delle rappresentazioni di un unico canovaccio. L’ossessione è spargere ovunque questi idoli mummificati come candele, tutti con la nostra stessa faccia. E la vorresti poter lasciare impressa nella carne e stamparla sui libri, firmata nei quadri come la pisciata del cane sul prossimo albero, sulla prossima inferriata. Ed eccolo là il tuo sosia che ti viene incontro, per le vie del centro, appena fuori dalla porta di casa, dietro ogni angolo, malato di fregolismo proprio come te. La tua bocca può cambiare accento e i tuoi occhi espressione. Soprattutto puoi scopare di più, scopare negli altri ogni altro te stesso. E scavare, scavare, scavare ancora. Appuntare la matita. Ma non hai mai niente in più; non sai mai niente di più. Esistono reazioni ma non colori. Tutto fa parte del sistema; non c’è cosa in sé. E ogni forma di coscienza ed esistenza è solo uno degli infiniti microsistemi, dei tanti freni tesi come molle. Se ci pensi, il secondo principio della termodinamica lo puoi applicare a tutto: ai corpi in decomposizione, alle società, agli artefatti, alle famiglie che si disgregano, ai figli che se ne vanno, all’ubi sunt dei popoli antichi, alle lingue e a tutto il resto. E ogni mano che stringo e ogni cosa che vedo o provo è un argine provvisorio di fronte all’aumento dell’entropia, prima di nuovi argini. Ogni cuore è destinato ad essere infranto. Specialmente quelli pieni di speranza, affaccendati e impegnati dietro ad ogni cosa su cui sperimentare un’inconscia, inattuabile sottomissione. Come quelli di queste ragazze accampate nel cortile dell’università, fra le buste dell’Ikea e i palloncini colorati. I loro polsi stretti lasciano trasparire deboli vene di colore opaco, la pelle di un lombrico. Disquisiscono senza senso su ciò che non conoscono, di Gaza e della Palestina, appoggiate alle cassette della frutta “orchidea”. La più carina ha portato una chitarra sulla cui cassa ha scritto la parola “ribellione” con un pennarello rosso. È una specie di contrappasso l’illusione di fermare il tempo e la storia, non diverso dalla casualità della distribuzione delle molecole sul tuo bel viso. Non c’è nulla in quella parola. Avete portato troppe cose. Vi siete vestiti. Di qui a qualche giorno ve ne andrete. Nel frattempo, con qualcuno di questi ragazzi, fra una parola e l’altra, vi stuzzicherete i genitali e sarete già scesi a compromessi. Lo striscione si sta già inclinando. I gabbiani sono in cerchio sulla vostra orda di schiavi, come sui letti degli ospedali, come sui gladiatori nell’arena. Presto qualcuno o qualcosa morirà insieme ad ogni labile pensiero e non resterà nulla di un’idea. Ribellione è un po’ d’acqua su una tavola liscia. La libertà che cerchi è sacrificare tutto e subito. Tutto e subito è il corpo che ti tiene in braccio.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

124

La notte è stata breve nella terra dei Lestrigoni, come in un sogno. Non sono riuscito a vedere il cristo nero segregato nella chiesa: ci volevo andare a tutti i costi, per nutrire la mia blasfemia. Al mattino mi hai preparato la colazione raccontandomi del Linus che leggevi da bambina. Poi siamo stati alla buca delle fate, schivando lo strappo selvaggio del cervo, disorientati dai nuvoli di terra sollevati dai trattori. C’era un setter scuro che faceva il bagno tuffandosi dallo scoglio; le inflessioni nell’aria erano tutte di ragazzi emiliani. Per arrivarci abbiamo percorso un viottolo polveroso e scosceso lungo il quale qualcuno si era arrischiato a piazzare la tenda nonostante la miriade di fazzoletti bianchi di carta pieni di merda dietro e davanti ai cespugli. Mentre scendevamo mi sono ricordato del capanno di tralci di vite non lontano da casa, quando ero bambino, dove mio cugino mi strusciava addosso i genitali. C’era lo stesso sole, la stessa sensazione di fare qualcosa di illecito. Adesso come allora non so perché sono qui; forse per dirti che un pettine serve a pettinarsi i capelli, un cucchiaio ad assaporare la minestra, una penna per gli appuntamenti importanti. Sono sicuro che tu mi sorriderai e sarai indulgente, ma, nonostante questo, ancora avverto una sensazione di colpevolezza dentro di me, e non riesco a capire se tradisco te o me stesso. Una sola strada ci è consentito di percorrere nella vita: abbandonare se stessi o gli altri; e può essere una scelta solo in qualche caso, di solito è necessità. Le altre possibilità sono soltanto compromessi e scorciatoie per la sconfitta. La vera libertà è degli orfani, dei derelitti, degli assassini, dei santi. La strada per casa è di sicuro la più lunga da percorrere da qualunque posto tu parta, ovunque tu creda di arrivare. Il sistema di regolazione smussa le asperità, uniforma le idee, appiattisce le sensazioni, ti inietta morfina nella vene. L’invarianza conduce inevitabilmente a un fine, alla fine. Per me è già tardi, perché la salvezza è non arrivare mai al bivio dove la strada si fa comunque più aspra e sei costretto a liberarti di una parte di te, come di un vestito troppo pesante. E anche adesso non credo di essere questo o quello, o chi scrive e cosa ha scritto. Fatico a riconoscermi se non fosse per i granelli di sabbia che si sono incastrati fra le dita dei piedi. I segnavento colorati girano su se stessi imperturbati. Le vespe ruotano ipnotizzate dall’acqua come lo scarabeo dal filo che ha legato alla zampa. Indietreggio verso il non spazio di cose raggiungibili; la traversata è profondo blu, lo stomaco è freddo. Ho paura per tutte le mie fragili cose, per i miei sigilli. Avrei voluto non imparare mai l’uso delle cose così da non finirne all’apice, disintossicarmi dalla pressione come il falco alto e nero sulla solitudine irreale del castello diroccato di Casteldoria, decentrato, al comando di se stesso, ed emettere solo il suo stridio. Le parole, un po’ dure d’orecchi, fraintendono ciò che voglio dire. È un bene che, per lo più, non abbia niente da dire. Mi sono sempre pentito di aver parlato o scritto; una delle leggi di natura che l’uomo dovrebbe ricordare è che un animale deve fare di tutto pur di non svelarsi ferito; e invece continuo a comunicare per non far sentire agli altri il diritto di annoiarsi o la paura di vedersi sorpresi a disinteressarsi; ed è l’unico espediente che mi permette di non essere altrove. L’espressione è ciò che non ti aspetti, il tentativo di cambiare ciò che era già perfettamente espresso affinché non si riconosca più. Ed è allo stesso tempo una metafora dell’intrattenimento, del lavoro, delle relazioni, della famiglia. La conservazione e la salvezza, e perfino quella che chiamiamo felicità non fanno parte dei gesti d’istinto. Ogni cosa è programmata e la finalità è il programma stesso. Un’ape affoga nel secchio bianco dell’acqua, una farfalla nel bicchiere di tè caldo. Li appoggio sul palmo della mano e mi fermo ad osservarli; un ingranaggio non ha importanza in quanto vivo o morto. Non c’è nessuna via rettilinea verso l’ignoto, ma essere arrivati qua è ciò che dev’essere compiuto, essere in ogni istante già a destinazione e alzare le mani affinché tu possa credere di sentirti sicuro e a posto come un auto nuova in vetrina, la tavola imbandita, le stanze senza un filo di polvere. Ed è la buca che copriamo, il salvadanaio riempito fino a scoppiare, gli strati di cera di cupra sul tuo viso; il di più che essere semplicemente ciò che siamo: luoghi spogli adatti alle idee, bisogni di cui è costituito l’universo, in giro come fantasmi, in cerca di un corpo da abitare; e sono tutto quello che c’è per ogni disegno e grafia, nella carne di ogni uccello in gabbia, nudo. La coscienza non è nient’altro che quella cosa che non si stende per l’arco di una vita, ma si ripiega su se stessa. La libertà della coscienza non può che essere ristretta in un assunto. L’anima è un indiano con l’orecchio poggiato al suolo in attesa della prossima carovana da assaltare, il corpo un lenzuolo appeso al filo, agitato dal vento. E non importa cosa rimanga di noi con gli anni o cosa facciamo di queste membra d’argilla. Non fa differenza chi compia questa o quella cosa e se sia compiuta, poiché il tempo è un contenitore d’infinita capacità e c’è sempre abbastanza spazio per caderci dentro. Eppure quanta affezione per chi mi sta vicino e quanto odio, e noia ed entusiasmo, rabbia e desiderio per tutte queste stronzate che cerco di decifrare, per le prove, gli abbozzi che facciamo continuamente del nostro passato, non diversi dagli scarabocchi a matita della mia infanzia sui fogli da disegno Fabriano, conservati in una cartellina verde, consumata, sotto qualche mobile della mia vecchia casa, dove c’era solo futuro. Li tengo in mano come talismani mentre il sangue infuria, mentre torno bambino e mi vedo fra gli altri adulti. Una sola cosa occupa le loro facce larghe e grasse, lunghe e strette: il desiderio carnale, la fabbrica dei luoghi e dei contenitori. E mi rendo conto che le nostre stupide e grette idee sociali, economiche e sessuali sono sostanzialmente identiche a quelle naturali, regolate dal principio dell’esclusività di desideri temporanei e morti ripetute che si svolge lungo un processo di digestione in cui ogni novità sovrascrive ogni certezza d’emozione, ogni io precedente, fagocitando tutto per attrazione e terminando ogni contingenza. Siamo spreconi quanto la natura. Qualunque cosa fai o vedi la puoi ridurre a uno dei milioni di esperimenti, tutti andati male. E tutto ciò che è innumerevole e singolo si esaurisce senza consumarsi, come i miei passi incerti su questo pavimento liscio dove mi porti a fare la spesa. Chiaramente la fai tu, io mi limito a spingere il carrello, ad approvare con la testa alla confezione di pan di stelle, al barattolo della nutella, perché in queste cose mi sento sempre molto stupido; perché al chiuso, in mezzo alla gente, mi prende l’ansia. Penso ci siano più possibilità che noi abbiamo generato l’universo piuttosto che il contrario, in noi c’è almeno una combinazione in più: poter creare ciò che è improbabile nel dominio del possibile, e non in quello dell’ignoto. E un supermercato ne è la prova. Un supermercato deve somigliare molto alla cella di un ospedale psichiatrico una volta che siano stati rimossi tutti gli scaffali su cui si espongono i prodotti. E un ospedale psichiatrico somiglia all’universo smascherato. Matte sono le persone che non sentono la necessità di ciò che fin dalla nascita ti hanno costretto o insegnato essere indispensabile. Giro in cerchio per le corsie e provo a respirare. E mi basta questo. È questa diversità a mezz’aria che mi rende felice come quando hai bevuto troppo o troppo poco e non hai alzato la mano dalla coscienza di te stesso. Il carrello della mia immaginazione è vuoto; mi hanno chiuso dentro e aspetto la prossima apertura. Ci si deve sentire come non essere ancora nati o già morti al freddo della macelleria. Ma tu mi chiami e usciamo. Io cerco di venire giù, di riattivare la conduttività della mia pelle. Una cicala pulsante nell’erba è ciò che ho sentito più vicino oggi. Nulla fiorisce quassù. Nessuno parla fra cielo e terra da queste fauci pestilenziali. Non vedo la cascata originatasi dallo squarcio nella roccia del dio serpente. Ho paura di raggiungerti, di muovere le labbra. Il seme del terrore cresciuto nell’amigdala dell’universo è la paziente ingenuflessa costanza del nulla se io posso accendere la televisione. C’è del filo spinato attraverso al mare e neppure qua si può passare. Nuoto convulso, sempre sul punto di affogare; anche adesso, mentre mi passa vicino una coppia di giovani ciechi che corrono euforici nel sottopasso della stazione. Il treno sta arrivando. Muovono davanti a sé i bastoni di metallo. Oscillano a destra e a sinistra come la gonna gonfia di vento di una ragazza senza volto che dia le spalle ad un tramonto sulla cima di una scogliera. Cammino piano, senza respirare. È il mio stesso treno. Non lo perderemo. Salgo le scale. Corro. Mi aggrappo. Ti sento di nuovo. La nostra barca è l’unica che si è salvata. Sono ancora vivo.

Pubblicato
Categorie: Pensieri