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Avevi gli occhi molli di lumaca, lucidi di foglie e miele; i capelli pesanti, a ciocche, come la pioggia continua d’Araucania; la pelle salata, le scapole fatte di palle di neve scagliate alla schiena, gli occhi pieni di allergia. Il rossore s’infrangeva come un’onda sui piccoli peli del tuo viso. Di te ricordo una tazza per la colazione, e gli angoli della bocca e il mento appena sbaffati di latte. Passo di fronte alla Madonna del giglio sfiorando la Misericordia e Dolce. Le piante nei vasi di terracotta sul mio balcone non somigliano a quel giglio secco che si dice sia rifiorito di fronte al piccolo affresco quattrocentesco che si intravede dietro la grata di protezione del tabernacolo. I loro steli e le foglie, tonde o lanceolate, ormai sono come capelli arruffati, tutto ciò che rimane all’interno della bara di qualcuno morto tanto tempo fa. Non sono capace di farli resuscitare, di ravviarli come saprebbe il gesto di una ragazza un po’ civetta nel pieno della sua gioventù. Continuo a provare perché con esse ho tante occasioni da perdere; altre invece non ne ho più. Era difficile fare l’amore con te; lo consideravi un compito da svolgere per averne gratificazione, affinché gli altri sentissero di doverti qualcosa; lo facevi solo in parte per gratificare. Non amavi il sesso; non per le mie stesse considerazioni estetiche, per quei corpi così snaturati dall’adattamento all’immagine che ne viene offerta, per le caviglie divaricate come aquiloni al vento e la fica molle e granulosa come lo yogurt o l’interno di un melone; tu non amavi il sesso per un motivo apparentemente meno evidente: non credevi che le cose brutte, come in fondo pensavi di essere oltre la maschera del narcisismo di quell’affermazione, potessero dare piacere. Temevi di non soddisfare gli altri, e non perché ci potesse essere l’eventualità che il tuo dono sembrasse cosa da poco, ma perché forse avrebbero potuto dirti che tu eri una cosa da poco. Nominare le cose è un po’ farle succedere. Qualcuno mi ha detto un giorno che il sesso è un affare violento, un traffico da disprezzare. In astratto aveva ragione. Era una ragazza bionda, con i capelli lisci; era molto intelligente. L’ho amata per questo; l’ho amata come si ama, solo per un po’. Ma era anche una ragazza piena di violenza e cercava di conservarla per se stessa entro il limite del dolore, senza rendersi conto che il sesso è l’unico mezzo di fare un velato commercio di ciò che ci opprime facendolo sembrare un regalo. Avrei voluto che la tua tortura non finisse mai; saresti stata bella, una tragica eroina; ma era solo una posa, un vizio che chiunque avrebbe potuto curare. È bastato superare un piccolo scoglio, la paura che nasce da una insicurezza, per dimenticare ciò che si è inflitto agli altri, per amor proprio, per la gelosia verso un corpo inconsolabile. Non ci vuole niente a commettere o subire una violenza, è la lotta per farlo ad essere faticosa, che fa paura. Adesso passi il tempo indaffarata fra le pentole, con le mani sporche di farina, incolpevole, e a volte le tue dita sono bagnate di vagina. Ti farai una famiglia, genererai dei bambini dai piedi piccoli: certo è un modo degno di impiegare il tempo, di saperlo apprezzare. Indegna resta la vita. Ed è giusto così; altrimenti che ne sarebbe di tutti gli scarti, dell’argilla d’avanzo caduta ai lati del tornio che gira, di fronte alla sedia su cui non è seduto nessuno, ai piedi della forma che continuamente si sforma. Coloro che sono vissuti, che potrebbero affermare di aver vissuto, anche chi avresti detto sarebbe riuscito a dire o fare qualsiasi cosa, hanno facce cancellate e a conti fatti non hanno potuto far altro che scegliere di varcare in silenzio la porta dell’esistenza, quella che si apre con il pene nella fica, l’unica chiave che s’incastra bene nella toppa.

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Settimanale puntata alla libreria Feltrinelli, di sabato pomeriggio, affondato nella poltrona nera di pelle, a leggere dell’ultima scopata di Buk, sorridendo al mio alter ego immaginario. Il vecchio Buk tutto palle di fuoco, pelosi dischi d’armonia, prometeica sostituzione solare alla famiglia e al focolare. Così, controcorrente, Buk riusciva a mettere a tacere la fame, la paura e il desiderio indefinito che tutti sentiamo, intessuto della stessa astrazione. Lascio l’auto nuova lungo il fiume, l’altra l’ho fatta schiacciare senza pensarci troppo nonostante sia pienamente consapevole di come essa sia un simbolo ben riuscito e una immagine di muta incisività riguardo a ciò che sono stato; la parcheggio vicino al ponte, imbrigliata nelle strisce blu, e cammino in questa via un po’ puttana, larga e vagabonda, che mi piace tanto, piena di extracomunitari smodati che aspettano l’autobus. C’è sempre un libro di Buk che non acquisto mai, con la sigaretta e la faccia devastata dall’alcool in copertina; lo leggo un po’ per volta rimettendolo a posto sullo scaffale prima di perdermi di nuovo fra la folla del fine settimana. Passo dieci, quindici minuti a sfogliare le pagine di fronte al banchetto della commessa, che evidentemente pensa che mi sieda così spesso là in bella vista perché la voglia scopare o forse che sia un po’ matto. E non mi dispiace che la veda così; in fondo mi diverte allargare le ginocchia e mostrare lo strappo nel cavallo dei jeans scuciti finché non ne fuoriescano le palle, innocente come un bimbo che si tiri sù la maglietta e ti faccia vedere la pancia. Non so perché mi ostino a venire in questo posto. Forse mi piacerebbe poterti dare una pietra grande e liscia, sarebbe il massimo che ti potrei comunicare. E tutto sommato non saprei dare una spiegazione neppure del perché continui a insistere su questi pensieri; non ti sarebbero dovuti analizzando con chiarezza i fatti. È solo che ci cammino ancora dentro, come ad ogni cosa, e spesso ne avverto i passi, qualche volta rumorosi, altre appena percettibili, come quelli degli amanti nella valle degli echi. Li sentirò ancora a lungo, mischiati all’abituale contorsione di emozioni e pensieri, perché è così che sono fatto; impiego molto tempo a digerire gli avvenimenti, come altro potremmo chiamarci; anche se, non diversamente dagli altri, alla fine ti cagherò fuori; come succede; come è già successo, sul cesso, con poca vergogna in fondo. Mi fa paura pensare che sarà lo stesso anche per te, che farai la stessa fine dello stronzo nello scolo. Ha ragione Buk, la gente è disumana, ma non credo sia solo quanto più si arricchisca in denaro. La gente è disumana quando vive, nella normalità, quanto più desidera scopare e radersi la faccia e comprarsi dei bei vestiti e l’auto nuova, utilitaria o fuori serie, e ballare e condurre l’esistenza, con licenza, in questa modesta, codarda, impomatata commedia della pace. Mi chiedo cosa abbiano di differente rispetto a un giardino sofferente tutti gli accomodamenti estetici, le rappresentazioni sociali, le suppellettili comunitarie fra cui ci barcameniamo. Entrate nelle strade del centro. Scegliete pure una città ricca, fiorente. Prendete un giorno d’estate. Fermatevi in mezzo alla gente e guardatevi intorno. Non vedrete altro che sofferenza. E sì alcuni fiori sono più belli di altri, ma sfioriranno; alcuni signori sono ben vestiti e alla moda ma anche fra questi c’è chi suda, chi puzza o chi semplicemente sbuffa e si annoia. Alcuni sono ormai insofferenti a tutto, al sesso, ai capelli radi, alle grida, all’ingombro altrui, proprio come me. Per non parlare dei cenciosi, degli invalidi, degli allupati con gli occhi bramosi di fiche che non leccheranno mai se non con la violenza, dei truzzi, dei ragazzetti che infastidiscono qualcuno fra loro più imbranato, dei bimbi in carrozzina a cui manca l’aria, greggi di bambini al guinzaglio di zoccole sui cavalli; e considerate l’ostentazione degli atteggiamenti, le regine occhialute della magra decrepitezza che ostentano i loro fetidi buchi e le ossa color tannino come l’ostia il sacerdote prima dell’eucaristia. Andiamocene pure in pace dopo aver mangiato, se sei forte abbastanza da non aver vomitato. Queste vie piene di gente sono una battaglia dove non ci si tocca, dove non ti capita di avvertire l’odore nauseabondo delle carogne perché le armi di conquista si sono affinate e non provocano spargimenti di sangue; e i bottini sono vani e di poco conto, benché nella stessa misura desiderati. Questa pace è un principio innaturale costruito sull’essere ma che ci somiglia molto, è guerra regolata elargita come misericordia; e se per la bellezza spiccia e il piacere della carne è necessario lottare allora ciò significa che un artificiale stato di non belligeranza o è un sottile, studiato sotterfugio o una condanna certa che abbiamo ereditato, agghindata, edulcorata come la lama della misericordia sulla testa decollata di San Giovanni dalle stesse pseudo ignare vittime la cui unica consolazione è adularsi della potenza della tua immagine e somiglianza. Resto annichilito della mia e altrui indifferenza verso la palese colpevolezza dell’essere stimati innocenti; sbalordito e rassegnato che sia così diffusa l’agnosia della responsabilità, purché non sia scritta, e che la miopia, l’astigmatismo, l’ipermetropia, l’acromatopsia, la presbiopia e il daltonismo sociale siano difetti genetici. Solo raramente ricordo di esserne affetto anch’io. In fondo non sono malattie mortali. Con maggiore pertinenza potremmo dire che quasi incidentalmente appartengono ai mortali. E in più, se consideriamo l’uso di tale aggettivo “mortale” che comunemente attribuiamo ai veleni, ai tanfi pestilenziali, all’astrazione del lampo e delle reti elettrificate e poi, per assurdo ma con meno rigore, a noi stessi, è evidente che non lo utilizziamo nella stessa accezione transitiva, ma con fare assolutorio, con tono di compassione, quasi impersonale e con un pizzico di vanità dovuta al fatto che in fondo riteniamo non ci riguardi. Una specie di “siamo mortali, ma forse io, con un po’ di fortuna e a scapito vostro, mi salverò”. Perché in realtà noi causiamo molte più morti della morte, noi siamo davvero mortali; e la sensazione che il delitto non ci appartenga, che sia di qualcun altro la colpa sta nell’incapacità del riconoscimento della sede stessa della nostra personalità. Mi guardo dentro e indago e mi chiedo dove siano le cose preziose e dove esattamente la mia coscienza e il pensiero e quale sia il substrato e il momento e il limite esatto in cui avvenga lo scarto della prevalenza e dell’intenzione di questo corpo di cui il cervello è solo una funzione. Cerco di mettere a fuoco, ma l’anima si rimpiatta dietro l’albero a sbirciare me malato e io cerco di trattenerla; la cucio alla pelle incidendovi dei tatuaggi che rappresentano orge di sesso, d’emozione e d’amore senza riuscire a delineare i volti delle persone che sono lì aggrovigliate, perché ho cominciato a dimenticarle; pensa che di te sono riuscito a disegnare solo le punte dei piedi che si toccano; e così provo a caso auspici nella bolla di sapone delle viscere di un maiale, invasato come uno stregone, fra droghe e alcool nella speranza che ciò che uggiola dentro lo stomaco come una pentola dimenticata sul fuoco affiori e faccia irruzione attraverso le inferriate insormontabili della confusione e dell’impenetrabile non fatto che si inerpica e si frappone fra di noi. Ma non ci sono rivelazioni oltre la nebbia indistinta da cui sogno di emergere. Lei mi guarda ancora, come un estraneo; e com’è desolante che io non mi riconosca mai e che senta forte la stranezza di ciò che ho accanto, cresciuto non per caso come un fiore selvatico fra i rovi, ma coltivato con le mie stesse mani.

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136

C’è il gallo sulla colonna. Non resta tempo agli spergiuri. Se sono su questa strada, dove grifoni d’argento tirano fuori le unghie, le lumache agonizzano sui marciapiedi e le foglie larghe di malva sono ruvide come la lingua di un gatto, non è per te, ma per il granchio con le chele a guglia, che sembra una ballerina, per il viandante che dorme nel prato, con le braccia conserte e la testa poggiata sulla sacca, per l’uccello bianco dal becco lungo sulla testa di uno scolaretto con la barba ed un’ancora tatuata sul braccio, come Braccio di Ferro, il marinaio. Piove. Le gocce luccicano sulla stoffa, incerte di appartenermi. Strofino la schiena al muro come un orso all’albero, fin dove non arrivo con le mani. Qualche isola color crema è in suppurazione, vicino alla spina dorsale. Isole. Le senti schizzare quando vengono schiacciate, fanno un impercettibile rumore di sangue e pus; ti senti bagnare. Il cielo è sudato, gonfio e in tensione sotto l’urlo di un sole che tira le cuoia, stremato. Le case tremano e si sporgono in avanti, opprimendo sulla piazza, severe e torve come le casette intorno ad un coniglietto spaurito a una festa di paese. Tutte mostrano sulle facciate i numeri civici. Anche questo è un gioco e noi tanti conigli. C’è la vita in palio e la maggior parte delle persone viene troppo presto. Scopiamo, come conigli. Gli occhi annaspano e remano sui visi della gente; un orecchio aguzzo si schiude fra capelli bruni. Il figlio del becchino affonda in un piumino consumato, con la testa di topo, minuscolo dietro quattro bottiglie di birra Moretti grande formato e la scatola delle crocchette multicolore per i gatti. La cassiera è bionda come un campo di grano. Sensazioni calde e colorate di morbidezza su nuvole perfette in lontananza, rifinite come la balza di una ballerina sulla schiuma del mare. Sono qui perché tutto questo e lei somigliano alla tua vita e tu all’io che si chieda con stupore che le stia facendo. Grandina di nuovo, fraintendendo ogni gesto, ogni chicco indifferente come un folle nella notte per le lunghe identiche vuote oscillanti senza fine corsie parallele di un ospedale. Di nuovo riprendo a bagnarmi come un ombrello chiuso. Le camere sono cieche e tu sei chiuso. Nessuno picchia sulla porta. Accade ancora su quanto è accaduto, la stessa finestra sullo stesso paesaggio, e, non si sa come, la lucertola è nel cappio. Antonio, il matto della parrocchia, aveva l’ossessione di toccare i genitali ai ragazzini. A lui le cose succedevano alla luce del sole. Potevamo sapere senza credere, senza bisogno che ne leggessimo l’epigrafe dissacrante al cimitero della nostra piccola Spoon River. Antonio, il matto della parrocchia, una volta ci ha tastato i genitali sulle panche della chiesa. Cose che possono succedere. Abbiamo riso. Era un mago delle palpazioni. Fino ad oggi ho creduto che ai matti non capitasse, che i matti non morissero perché loro accadono un po’ come la pioggia, che per questo lo chiamassimo Tonino, che si ripetesse senza volontà, tutto esplosione e testa e passi e giorno. E invece Antonio è morto, perché uno scrittoio somiglia ad un corvo; senza rumore; senza tuonare. Inconcepibile atto per un matto. Mi mancherà il tuo passare strano come forse a te già mancava la vista del mio volto, ormai sfiorito, di ragazzino. La pioggia si è fatta meno intensa. Riprendo a bagnarmi come un ombrello chiuso. Anch’io cammino di giorno adesso verso nessun dove. Tu ogni mattina andavi alla falegnameria e poi tornavi, ma non l’avevo mai saputo; fino ad ora. Che presunzione da parte mia pensare che tu fossi più matto di me. Per chi e quanti sono i matti e per chi. Forse è per te che sono qui; magari sei tu il vagabondo con la barba. Sorrido quando ci incrociamo e mi sembra che tu mi riconosca; non sono molto diverso da te. Il cicaleccio di cui mi pasco approfittando dell’assenza per il racconto dell’assenza è la mia dialisi. La tua è una cura appena differente. Indossi un cappellino e un bomber rosso. Fai sempre la stessa strada; come me. Chissà che pensi la notte fra i transessuali che scherzano sguaiati alla capanna identici a bulletti di paese, se non fosse per le grandi tette, aspettando un autobus che non passerà; chissà cosa avresti da raccontare di giorno, indifferente al tempo, le mani in tasca, tenace come Michael Moore. Somigli un po’ a Michael Moore, con qualche chilo in meno. Sono qui per ripetermi, per rivivere il piccolo sogno rassicurante che si interrompe ogni volta allo stesso punto. Non si rovinerà perché andare a puttane è il destino di ciò che è umano e ci si aspetta debba cambiare e evolvere, nonostante sia già perfetto e completo nella sua immobilità. Per questo tanti mariti fottono le troie. E non c’è un fine che sia buono e giusto in questo, e la spinta è la presunzione che qualcosa non possa sopravvivere al degrado che irrancidisce l’io personale, quando questi è inevitabilmente sopraffatto dalla noia, riempito della propria scempiaggine e avidità. Infilo il vicolo della Lupa prima che appaia l’alba rossa nello spazio eventi della città del sole. I peli sulla tua pancia sono del colore delle scaglie di ghiaccio sulla carne nelle mattine di sogno quando soffio su qualche soffione di campo sul fiume vicino al caffé Las Vegas, di fronte all’american bar serrato con un bandone da carrozzeria. La pioggia ha sciacquato i fiori dagli alberi, la polvere dall’aria. Il cielo ha fatto la sua sfuriata e adesso gorgoglia tranquillo nei canali di scolo. E io sono qui vivo di fronte al paese dei veri brigidini, scampato ad un esercito di terracotta.

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Ti ascolto mentre mi racconti di quando hai sentito la mano ruvida da lavoro di tuo padre morto da dieci anni sulle tue spalle, una sera d’inverno, mentre scendevi il sasso forte affrettandoti fra le case di campagna scoscese e ben piantate sulla pietra che nonno avrebbe voluto ma non ha potuto comprare, e avverto i cipressi che fischiano dove ti sono caduti i denti; e mi faccio forza per farlo anch’io quel gesto papà, perché so essere l’occasione di un ricordo che non svanirà mai e perché così forse riesco a rafforzare in te l’idea che quella impressione sia stata un fatto reale o forse, egoisticamente, affinché un giorno non abbia anch’io come te quella stessa illusione di una azione che non sia stata compiuta. In fondo ogni accadimento è appena un bisogno dalla vita breve e la natura è a posteriori; ogni ripetizione solo in un secondo momento acquista un senso, come respirare; è astratta come la musica alle dita, ma più magnifica in rapporto ad un ordine di grandezza della cui base non sai stabilire le dimensioni. Ed è una infamia e un oltraggio che la maggior parte delle cose non siano più prima del tempo, prima di quando è necessario che cessino per sempre. Così oggi non ho rimandato e ho subito acconsentito alla richiesta di accompagnarti, come avrei fatto da bambino, entusiasta, perché allora ogni motivazione non si era ancora trasformata in una giustificazione; ed ho continuato a raccogliere gli asparagi selvatici insieme a te, nel prato, a pochi metri di distanza dai calzoni di jeans consumati e larghi sul tuo culo secco, nonostante il caldo e la febbre. È come essere lì anche adesso: ascolto i rumori gentili che fai pestando gli sterpi secchi e le pietre ricoperte di muschio, la borraccina che raccoglievamo per il presepe quando si avvicinava il Natale, su cui premevamo con piacere, bocconi, i palmi delle mani; e ti guardo di soppiatto spuntare, fra i rami, fra una balza e l’altra, con la testa piccola e nera, un po’ canuta, come le orecchie di una lepre, e gli occhi verdi come l’olio, leggermente appannati. Ti vengo vicino mentre scendiamo il pendio con le scarpe affondate nella terra sudata e grassa; ti scuoto l’erba secca dalla maglia, lungo la schiena, appena inclinata, con la stessa cura e leggerezza che ci metterebbe mamma. Mi sembra incredibile che il tuo corpo non mi appartenga, spesso l’ho sentito come mio; e non mi sorprende che quando siamo soli riusciamo anche a parlare perché è quasi come fossi solo e non avessi difficoltà a confessarmi con me stesso: no, non discutiamo della vita, che per te è un principio e un contenitore di valori e non capiresti quello che ho da dire; ma delle cose della vita sì, se faccio un piccolo sforzo; cose importanti per te, cose così belle e bastarde e ingannevoli per me. E lo so che ogni parola che dici è una specie di saluto. Mi stai lasciando giorno dopo giorno, e con i tuoi rari, per colpa di entrambi, racconti consegni te stesso a me: le rape tenute a due mani, rubate nei campi, mangiate crude a morsi i giorni in cui a casa c’era la fame; la polla d’acqua piovana sopra alla cava e la fantasia dei maialini sani pasciuti a ghiande che sgambettano rosa fra i fiori di campo viola; Gano sbronzo sulle scalette ripide di pietra che portano al gatto nero, tenuto a braccia; e Giuliano, l’amico d’infanzia, quante volte l’ho visto sfumacchiare; che sale il viottolo in affanno, e saluta senza suono e apre la bocca indicando col dito un tumore, come un bimbo che mostri le tonsille, col sorriso e gli occhi che gli brillano e parlano, come tenesse sotto la lingua una ghiottoneria contesa; e il sedere mitragliato per errore della mamma di tua cugina pel di carota, quando su questo poggio, invece delle case, al tempo della guerra, sibilavano gli spari della contraerea, non ricordi bene se fossero tedeschi o americani; la cugina rosso malpelo con gli enormi nei sulla faccia malsana e la sigaretta lunga e fine, sbiascicata e macchiata di rossetto sul filtro, stretta con i denti posticci nella bocca larga, che sbuffava come un soffione boracifero ma che non ha mai mancato di inviarci del denaro ad ogni nostro compleanno, sigillato in una busta bianca. Anche lei è morta; come tutti gli altri. Dei tanti che se ne sono andati, nella carne o nella presenza, non mi sono accorto. Eppure facevo caso ad alcune loro particolarità e abitudini che avresti detto assai comuni e banali. Sono sempre stato un osservatore silenzioso, svogliato di raccontare per timore di sciupare il piacere che quei dettagli mi facevano nascere dentro. Ed è così. Dalla vita alla morte, è un tonfo sordo, con un tempo di riverberazione brevissimo; è lo spazio aereo in un tuffo, una pausa fra due parole, un momento di distrazione riguardo a ciò che avevi da dire. E forse è normale e naturale ma dal mio punto di vista inaccettabile che sia questo ciò che rimanga di un’esistenza: il di più, l’essudato del contenuto che sei stato sempre, sciolto e disfatto dall’abrasione di ogni superficie come un po’ di gesso sulle mani. Le persone piangono i ricordi, gli oggetti rimasti, appartenuti a qualcuno a cui hanno voluto bene. Lo fanno con lacrime vere, non d’amore o nostalgia; ma di rabbia verso la pochezza di ciò che riusciamo a conservare, i cimeli delle cose che abbiamo lasciato perdere e ucciso come i trofei di un serial killer o il dente di un leone. E non si tratta di volontà, ma di incapacità di forma d’espressione che non si limita ad un linguaggio fatto di parole, ma si estende ad ogni sistema di segni, ai fabbricati delle case, alle parti del corpo umano. E le interruzioni sono l’esserci che dismettiamo per consentirci di scorgere l’essere allontanarsi inaffrontato e riproporre copie della materializzazione di ciò che reclamano le figure che nel corso dell’esistenza ci hanno insegnato a riconoscere e che ci hanno rese familiari al punto da confonderle con noi stessi. Ma noi non siamo la nostra progettualità; e tutto questo è solo un inganno per non dare altra scelta che andare avanti, e avanti, ubriacati, inebriati dagli aromi zuccherini, dalle mille fragranze, in bilico sull’orlo dell’ascidio digerente che si restringe fino alla bocca dello stomaco, a senso unico come i peli che ti crescono in faccia, e poi giù, tirati dalla pressione dell’apertura larga di quando la vita era giovane e forte, ingobbiti su noi stessi, intrappolati senza rendersene conto dalla legge di Bernoulli. E c’è un’unica via d’uscita: prendersi la vita, come dicono gli inglesi ‘to take your own life’, e portarsela via.

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Ho aperto questa casa e l’ho rasata come una fica, ne ho fatto un deserto. Ho fatto chiasso, come al solito, per coprirne il silenzio. La ghiaia per la lettiera del gatto è sparsa ovunque sulla scacchiera, ai piedi dell’orcio torre e dell’attaccapanni con le lance in resta. Il caminetto nitrisce freddo, con lo sguardo torvo e le taglienti sopracciglia verdi di felce, e io me ne sto là incastrato, con le gambe e le braccia divaricate, mentre il pavimento gira e abbaglia come la giostra coi cavalli e sgroppa libero e selvaggio come un puledro nella pampa. Sono un mucchio di sassi con le mutande, su cui sbatte la rapida di un fiume inquieto. La forma è l’unica distinzione, conseguenza di cosa ti nutra e di chi ti abbia mangiato. Le pietre mi spuntano sulla schiena, lungo la spina dorsale, contorcendosi intrinseche, puntando gomiti e ginocchia sulla pelle, in un movimento sotterraneo, come qualcosa che ti cresca dentro. I quadri hanno grandi bocche dove proliferano strane figure, milioni di agenti batterici, ombre incappucciate, piranha con i denti aguzzi. E questo è un sottomarino, un pallone aerostatico senza scale, un cervello senza corpo dove la coscienza sono io. Le bottiglie vuote della birra sono lunghe e sinuose e luccicano sfocate come candelabri, instabili e scivolose come liane. Non mi sono lavato per settimane. Ho pensato che avrei dovuto pulire anche tutto il resto affinché avesse importanza. Non ho disinfettato perché le cose sono piene di difetti ed è congenito alla carne il difettare. Ho dilatato le mie convinzioni, come il pollice di un bambino con una gomma da masticare, cazzeggiando, ma seguendo alla perfezione la regola dei commessi viaggiatori: non tornare mai indietro, per paura che qualcuno possa ritirare un ordine mai eseguito. Ne ho aggiunte altre di regole durante il tragitto, farfugliando con la testa per aria: fare sempre il peggio possibile e rovinare qualunque cosa; non parlare con me stesso di ciò che è stato; non pagare niente a chi si senta in credito. E spesso ho fallito nelle mie convinzioni. Per consolarmi apro un rubinetto, lo giro finché non si blocchi alla fine del rosso: ché l’acqua sia bollente sulla pelle. L’importante è far finta che sia stato e che ti abbia segnato, chi se ne frega cosa. Così mi sono esfoliato il cazzo, interpretando la parte fino alle estreme conseguenze, sperando che di notte venissi tu a farlo. Potresti suonare a qualunque ora del mercoledì e del giovedì quando sono fuori dalla vita e potrei scopare la montagna del tuo culo sulle cosce di tufo a gambe unite come radici e prolungamenti che abbocchino dalla terra come pesci fra le rose del divano, e affondare le mie ditate color latte sulla tua pelle color caffé senza il timore e l’esitazione che ho avuto le sette volte che ho scommesso gettando sul tavolo del poker quanto ancora avessi da giocare, mentre adesso sarebbe solo un darsi a titolo gratuito fra persone che non si toccano più se non senza guanti e sarebbe un imbroglio minore chiamarlo sesso e amore. Sali pure e non parlare. Sbottonami la cerniera dei pantaloni e prendimelo in bocca; puoi gemere forte adesso. Ho fatto un deserto di questa casa, e non c’è nessuno da svegliare. È come un intestino vuoto dopo la purga. Le sedie e i tavoli sono alberi ramati dai rami intricati e per terra crescono enormi funghi. Mi sento tragico e ubriaco quanto Bunny Monroe, fumetto umano con un razzo nelle mutande e la cravatta cosparsa di conigli, e, come lui, trionfalmente ridicolo. È un segno del destino che possegga la mia stessa Punto gialla, su cui cacano i piccioni. Non so artigliare la vita, solo strabuzzare gli occhi come un rettile senza denti. Non per paura. Ci vuole del tempo per curarsi le unghie, e mi annoia. Attraverso vie cave come un etrusco poco convinto, con una tunica bianca e un sacco di buio al posto del volto, come camminassi nelle mie stesse vene, sordo, schiacciato in una bolla costretta a rotolare, fra poggio cane e le madonna delle grazie. Poi di nuovo qui su questa sedia, con un cazzo da masturbare, stretto come un crocifisso, come un pezzo di carne che non mi appartenesse, una pala per il carbone in questa stanza locomotiva, cabina della teleferica, osso nel ventre di una balena; e gli uccelli in cielo spersi e sottili come carta igienica bagnata, depravati come pisciate del signore sul paese degli idioti, il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti. E starsene comodi in una fica scarafaggio, con i dorsi delle dita nelle creste iliache aperte e rosse come una ferita nel costato, uno sbrego nei pantaloni. E leccarne il sangue salato durante la sacra rappresentazione, lingua dentro bocca e fica e ano, come non fanno gli animali perché non hanno tempo per le stronzate simboliche e i gesti rituali da taumaturghi, mentre per noi è guarigione da malattia, cibo senza materia, tampone su ciò che cola. Guardo il mio volto itterico nello specchio, subordinato a ciò che lo fa apparire, e barrisco come un elefante perché non fa differenza in che lingua parli visto che non parlo; le orecchie mi fumano e sono dure come radica di noce, e mi ricordo di quando, bambino, i ragazzi più grandi mi premevano i lobi con tutta la forza che avevano senza che mi facesse male, ed ero dolce e con gli occhi grandi e con le ciglia lunghe, mentre adesso le parole più belle che mi escono dalla bocca somigliano a nani e froci, ermafroditi e pagliacci. E me ne lascio ammaliare perfino sul water, rilasciando la materia fecale, emanando rutti e virus, mentre guardo le luci, morbide e liquide, sfarfallare; e il mio corpo oscilla come una tenda senza che ci sia un vento intruso al di là di quella che sembra essere una interruzione ma è invece l’incongruenza dall’essere ogni giorno presenti. E persisto a scorticare un cazzo esacerbato come un fico d’india come cercassi maldestramente di gonfiare un pneumatico pieno d’alcool. I pensieri si espandono e vaporizzano come nubi in attesa della magica figlia dell’incubo con le mani nere da orco, calamitati da una inevitabile contrattura. Il sangue affluisce all’indietro e il seme, ti volti, ed è già secco. E mi rifugio nel letto, biascicando spropositi come preghiere; come mi appartassi fra le foglie nel bosco, in deliquio, come l’ultimo degli esemplari di una specie estinta; e la consapevolezza della scollatura si allunga in uno strano sopore, nell’abituale impercettibile pizzicore che si prova nell’essere risucchiati dal sonno.

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